Una volta mi sono interrogata assieme a una fanciulla simpaticissima sulla questione botulino. Farlo, non farlo, forse sì, forse no. Ci chiedevamo: “ma una volta che il corpo si deteriora, dopo la morte, sottoterra proprio ci rimane lo scheletro e le tette finte?”.
La risposta è sì.
Ed è inquietante, se ci pensate.
Io però mi son detta “che bello, di mio rimarrà il ferro.”
Sarebbe rimasto vicino ai denti, il posto migliore del mondo del corpo morto: perché è dai denti che si riconscono le persone. “Non rimarrà di me nessun segno particolare: naso, dita storte, dita attaccate. Niente, solo il ferro che ho attaccato ai canini dell’arcata inferiore. “
Altro che botulino e plastica.
Ieri sera, tra le 9 e le 10, mentre pensavo al fatto che i miei spinaci avessero troppo piccante e però il piccante è buonissimo e quindi non importa, il ferro che avevo attaccato ai canini è caduto.
Stac.
Come un banale cerotto.
Trac.
Come l’incubo che s’avvera.
E mo’?
Come lo riattacco?
Non lo riattacco e il mio dentista non me lo riattacca “perché” – dice lui – “non ne hai bisogno”. Me lo voleva togliere già 5 anni fa dopo la disfatta dei denti del giudizio, “perché” – diceva – “non ti serve più”, ma poi io ho rivendicato la libertà di scelta e il ferro me lo sono tenuto stretto e attaccato in bocca. Gli avevo dato un nome, dopo qualche anno, gli avevo imprecato contro durante il corso di dizione, gli avevo chiesto zitta zitta se secondo lui qualcuno se ne sarebbe mai accorto la prima volta.
Si chiamava Gabriele. Il ferro.
E c’era un motivo per questo nome.
L’altra sera ho raccontato di un altro Gabriele. Era nell’aria, l’ho chiamato. Il nome del primo Gabriele non lo sapeva nessuno, adesso sì e lui – il ferro, l’altro Gabriele – s’è staccato. Se n’è andato e non ritorna più.
Ma io alle coincidenze non ci credo, altrimenti dovrei pensare al fatto che d’ora in poi saremo io, tu e basta quando mi baci.
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