Il primo posto che ho incontrato dopo il letto e la scuola materna, è stato Casacalenda.
Subito dopo, l’Africa, senza documentari, senza gazzelle e senza tigri.
Solo perché una domenica mentre bevevo il latte mi hanno detto: “Oggi arriva tua cugina.” E mentre i miei amici avevano i fratelli infagottati, io avevo una cugina che sembrava fosse arrivata per posta. Invece aveva solo preso l’aereo. Avrebbe fatto avanti e indietro dall’Africa per un po’ e poi un giorno l’avrei vista tutte le domeniche.
In Africa io non ci sono mai andata.
Lui sì, in Etiopia. E c’ha scritto un libello sopra intitolato La luna è girata strana.
(Bel titolo, eh?).
Non posso fare una recensione a questo libro, lo dico subito. Perché sono di parte. E perché, come dice l’autore, io e lui “ormai siamo amici da vent’anni”, anche se non è vero e io non sono una brava nelle recensioni, suvvia diciamolo.
E ci scrivo questo post perché mi sono divertita. A leggerlo. A guardare i bambini e a regalare caramelle.
Mi son fatta male il sedere tutte le volte che la jeep ha preso una buca e ho mangiato polvere da sentirne l’odore.
Perché fa ridere, sì. Ma fa anche bagnar gli occhi, ogni tanto.
Ho imparato pezzi di lingua nuova e m’è venuta voglia di incontrare Verbano. Non ho imparato nulla di nuovo sull’Africa ma so perfettamente che se io ci fossi andata a quasi 25 anni mentre aspettavo di discutere la tesi – tra febbraio e marzo 2007 – anche io avrei scritto i ringraziamenti ad Addis Abeba. Ne sono certa. Perché anche io avevo una felpa rossa col cappuccio. E infine perché, se uno va a vedere, una delle parole che uso più spesso è tempo e l’Africa va a tempo.
Leggetevi il libro di Simone Rossi, vi dice pure la colonna sonora.
E poi, sì. simonerossi è bravo e io sono invidiosa (e chi passa di qua spesso lo sa che se lo dico….eh.): ecco, l’ho detto.
(Non scriverò mai un racconto di viaggio perché faccio le fotografie: mo’ l’ho capito.)
E insomma, come dire, mi ci sono affezionata al libro, fin dal prologo. E adesso la recensione non la posso più fare, mannaggiatté, simonerossi.
Io vi lascio questi passi*, però, così capite al volo di che sto parlando, al di là di me e del mio inesorabile brivido datato 10 febbraio – 18 marzo 2007:
Mi sento ingombrante, come se strisciassi sempre addosso a qualcosa, o mi trascinassi in processione un velo di barattoli. Non ho guardato il cielo al mercato di Addis Abeba, che ne soo di che colore era. Succedono troppe cose rasoterra per perdere il tempo a tirar su il naso: gli odori rimangono incastrati a galleggiare ad altezza di sguardo, le ginocchia sono storte e magre e i cani frugano gli angoli con le zampe e con il muso. Si fa sera troppo presto, come al solito.
Il movimento, come al solito, è ternario:
un due tre
un due tre
un due tre
(uno) prima c’è l’Africa che è troppa, e mi sbatte per terra. Io che mi faccio ricettore puro, tazza vuota da riempire di bunnà, della tisana del mercato di Addis Abeba, delle mosche, dell’alba farfalla, dei sandali di Angelo, della terra rossa, dei cani, delle banane, delle pisciate a marcare territori lontanissimi, della lucentezza dell’oro, della dignità dei mendicanti, dell’alfabeto incomprensibile, dei bambini che ridono e di quelli che non hanno denti. [...]
E poi ci sono i pezzi della messa e della luna storta e almeno altri 5 o 6 che val la pena leggere.
Quelli ve li leggete sul libro.
* Altri belli che non ripeto sono qui, sul numero 6 di Finzioni e qui su Dis.Amb.Ig.Uando.
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