Sono ipocrita con le cose semplici. Sotto sotto le invidio, ma non lo ammetterò mai (questo post non vale, è in zona franca).
Ne sono attratta perché le vado a cercare, da sola e senza dirlo a nessuno.
Capita che le trovi ma la gioia che ne deriva dura al massimo mezza giornata.
Mi diverto più a cercarle che a trovarle. Poiché nel momento stesso in cui le ho agguantate, non le voglio più. Sono capricci le cose semplici per me. Sono come la Barbie Sposa d’Inverno, che non ho mai ricevuto a Natale, perché in fondo non la volevo.
Andammo al negozio con i miei e alla fine non scelsi la Barbie ma la macchina da scrivere blu della Giochi Preziosi.
Entrammo che era quasi Natale. Il problema era che scrivevo o infinite lettere a Babbo Natale o infinite errata corrige, col risultato che non decidevo mai sul serio. Perfino Babbo Natale si sarebbe annoiato, credo.
Fatto sta che partivo a scrivere dal 20 novembre: mi sembrava un tempo utile per esaudire le mie richieste o la mia richiesta. Domandavo quante opzioni avessi, di solito. Volevo sfruttarle tutte, giocarmi i desideri ed io che ero fortunatissima e ne avevo ben quattro (una per i genitori, una per la zia, una per un paio di nonni e una per l’altro paio di nonni) me li giocavo con astuzia. Segnavo le cose che volevo e poi le mettevo in ordine.
Quella volta volevo la Barbie. Nella pubblicità aveva il vestito da sposa argento-bianco, con un corpetto scollato (e si sa la Barbie non aveva a cuore il pudore), il velo in testa, i capelli biondi, lunghi e ben pettinati, le scarpe decollété dello stesso colore del vestito e l’espressione felice, col rossetto rosso.
Ero convinta, non dissi nulla per tutto il viaggio in macchina. Guardavo fuori e pensavo con chi l’avrei fatta sposare. Ogni tanto mi grattavo l’orecchio perché mi dava fastidio la lana del cappello sulle orecchie.
Al negozio, fui attratta dal reparto dei grandi.
La divisione era netta e precisa: i bambini da una parte con peluche, macchine, treni, costruzioni, Lego, colori; dall’altra parte pianole, chitarre, videogiochi, giochi in scatola da tavolo, ping pong, minipalle da calcio e pallacanestro, Supersantos, tutti gli elettrodomestici per future casalinghe, Gira la Moda, il nastro da ginnasta, ancora qualche Barbie e lei.
Una macchina da scrivere blu, con i tasti blu e le lettere bianche, di plastica, ma vera. Scriveva per davvero. Ti facevano provare mettendo il foglio e poi tu digitavi le lettere ed erano vere, erano come quelle della macchina del nonno. Solo che la macchina del nonno sapeva di vecchio, era verdina e lucida, i tasti erano neri e le lettere bianche. Non potevo starci seduta troppo e per arrivarci avevo bisogno di due cuscini sulla sedia. Mi era scomoda, ma ci rimanevo ore, a voltem, quando non veniva a reclamare nessuno.
Guardai mio padre.
Lui mi guardò felice (a lui le Barbie proprio non andavano giù).
Guardai mia madre.
Lei capì un attimo dopo (a lei le Barbie non è che disturbassero più di tanto).
E comprammo la macchina da scrivere.
Tornai e la scartai (la pazienza non era già allora una delle mie virtù) e la usai. E ogni tanto la fissavo per cercare le lettere. Non le trovavo a volte; sbagliavo a scrivere e non sapevo come correggere; toglievo il foglio e ricominciavo.
Dimenticai le Barbie per tutto il Natale.
Le dimenticai in assoluto, credo.
Dimenticai la chioma bionda che si pettinava e non s’ annodava mai. Imparai a sbattere il dito contro le lettere, a stare zitta e infilare le lettere una dopo l’altra, sbagliando così tante volte che mi parve subito una cosa complicata.
Imparai anche a fuggirne per andare a pettinare le Barbie, ma non durò mai più di mezza giornata.
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