Chapter One

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'It looks like you can write a minimalist piece without much bleeding. And you can. But not a good one. ' (D. Forster Wallace) 'La fantasia è un posto dove ci piove dentro.' (I. Calvino) 'We must do extraordinary things. We have to. It would be absurd not to.' (D. Eggers) 'Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.' (I. Calvino)

Dammi tre parole: sempre le stesse, in fondo

[questo post è scritto con pochi segni di interpunzione. Il terrone tipico, al telefono, non bada a queste cose; molte le mette fra parentesi e usa un numero spropositato di parole tronche. Ma le tronca di solito con l'accetta e senza regole ben precise. Le note sono in fondo.]

 

Tale amica della sottoscritta di cui preservo l’identità ha con me la seguente telefonata:
A: [...]1e insomma, al finale, non ci sta.
Io: NO? Come no?
A: Eh. Lo capisci tu? Mo’ dico io, tieni il numero e non lo usi. Vabbè, dico io, sei timido. Ti invito io allora e per fare quella poco palesata ti invito di pomeriggio in un posto che so che ti piace perché me lo hai detto qualche volta (e io me lo sono registrato per bene tra parentesi ti faccio vedere che t’ascolto) e tu accetti.2
Io: ah ma quindi siete usciti?
A: Aspè. Mi dice che non può all’ultimo e però mi dice che l’indomani avremmo rimediato alla macchinetta del lavoro.
Io: ah.
A: eh. e io mi dico vabbè, fa lo stesso almeno non l’ha lasciata perdere, no? Tiene una certa iniziativa.3
Io: Giusto.
A: eh. E però sono passate due settimana e niente. Il numero non mi chiama, al caffè non mi chiama, a uscire non mi invita.
Io: non è che c’ha la tipa?4
A: (e come parli? La tipa??? Fra parentesi) No non ce l’ha.
Io: E che ho detto? Vabbè la ragazza. Ma sei sicura? 
A: e sono sicura sì. Non ce l’ha. Non ha una foto con questa da nessuna parte. L’avrebbe messa sennò, no?
Io: ma dove?
A: e sul suo sito. No, dico io l’avrebbe messa no?
Io: boh sì. Ma anche no. Non lo so.
A: sei tu quella giòvane. Come non lo sai.
Io: e non lo so.
A: vabbè, comunque non ci sta. è evidente.
Io: fai un’ultima prova. Rinvitalo di pomeriggio, che ne so. Parlaci, cercalo senza essere troppo invadente.5
A: cioè?
Io: non lo so cercalo, fai quella interessata ma dagli la possibilità di rifiutare se non vuole. Magari lui non ci pensa che sei interessata. E comunque se non vuole e trova il modo di rifiutare senza essere sgarbato è un segnala pure per te.6
A: e ho capito, ma mo’ secondo te uno deve sempre dire Ci sto provando prima di una frase? Ha 30anni!
Io: magari apprezza l’umorismo.
A: No. Perché uno a cui piaci ci pensa e magari un passo lo fa pure lui. Tiene il numero e non lo usa, ma capito?
Io: sì ho capito.
A: vabbè, senti. Pensa. Poi scrivimi. Come al solito. Tu che sai.7
Io: vabbè.
A: vabbè.
Io: cià.
A: cià. è?8
Io: oooh?
A:  ah ecco. volevo vedere se mi rispondevi ooh.
Io: cretina.

1. Non era la prima volta in cui si tentava di parlare di questo tizio per capire la strategia per affrontarlo. Si pensava che il soggetto fosse espansivo al punto giusto da tentare la strategia simpatica-non facciamoci paranoie inutili. 
2.  Le parentesi sono sempre le parentesi.
3. L’interpretazione dei segni e dei movimenti è una disciplina quasi olimpica. La capacità di fare interferenze – lecite o meno – pure.
4. Può essere, in fondo, no?
5. L’invadenza è un concetto culturale, io l’ho imparato. Chi non ha mai oltrepassato il Po non lo sa. Si entra nell’invadenza, spesso, solo dopo aver consumato il primo pasto assieme.
6. Facciamo che l’interpretazione dei segni abbia un fondamento.
7. è credenza diffusa fra i miei amici di una certa data che io sia venuta fuori per caso di sesso femminile. In realtà, credono, la psicologia maschile è un terreno a me conosciuto e senza segreti.
8. Il diminutivo di elena, giù, esiste: è semplicemente è, dove l’accento è posto sulla prima e.  

 

Si accettano consigli utili alla stesura della mia mail.

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Il mondo diviso in due, tre, quattro…

Il mondo dei grandi. Di quelli che sono dentro o fuori da una serie spropositata di categorie.
Non ho mai creduto nelle categorie. Non per snobismo o perché non crederci è politically correct, ma perché sono stata soggetta sempre ad alcune di esse. Spesso durissime. Spesso banali. Altre volte normali. Sono stata per lungo periodo quella timida, poi quella brava a scuola – tramutata subito a tempo di larva in – quella secchiona, nonostante lasciassi copiare sempre tutti, per anni la figlia dell’avvocato, come fosse il titolo di un film, quella strana, quella terrona, quella molisana, quella comunista e quella berlusconiana anche, quella che fa il dams – per cui mi sono state proibite una serie di cose, tra cui numerosi affitti di casa in quel di Bologna – quella che va ai concerti e altre minori che qui non sto a dire.
La differenza che ho sempre notato è che recepivo la durezza di una categoria dal come me la si diceva, dal contesto in cui veniva creata. E infatti i miei amici sono quelli che mi hanno soprannominata e quasi mai categorizzata.
Nel mondo dei grandi, in più, la categoria spesso si tramuta in un luogo specifico o un orizzonte oltre il quale è difficile apparire, un modo di essere da cui è complicato allontanarsi.
E ce ne sono milioni di categorie. La caratteristica comune – soprattutto di quelle più efficaci – è che non sono dichiarate, ma condivise in modo sotterraneo e talvolta subdolo.
Si possono immaginare due insiemi che non si intersecano mai ma forati. In ognuno di questi uno categorizza in vari modi quelli oltre i fori. E tutti in modo più o meno attivo siamo dentro queste categorie. Nel mondo dei grandi è un dato di fatto. Inutile dire il contrario.
Ancora oggi se mi scopro dentro una categoria sento un fastidio, che nascondo a differenza di prima. Lo prendo come un dato di fatto cui cerco di pensare il meno possibile. O decido, se non lo ritengo vero, di non importarmene. Lo scopro di solito perché me lo si dice; ritengo una delle cose più affascinanti del mondo – e contemporaneamente anche una delle più repellenti – le categorie che t’azzeccano gli altri: ti mostrano in un colpo tutto quello di cui sei consapevole o meno, in una parola, in un momento. E il fascino sta quando ti calza a pennello, il fastidio quando ti pare assurdo.
Vero è che il fastidio a volte dipende dal fatto che si ascolta una verità non così deliziosa; altre volte invece, il fastidio deriva dall’ osservazione della mancata voglia di indagare, tipica del mondo dei grandi,  appena con un po’ di curiosità.

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Io twitto

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Ei fu l’incipit

Quando l’ho scritto?

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Compagno di Banco dixit

- Prima o poi troverai l'uomo giusto per te. Verso i 55 anni. Marocchino. Con un permesso di soggiorno da ottenere. ... ... Però sai quanto ti diverti?

Compagno di Banco dixit

Lui: Non sei più una novità Io: Ormai sono a catalogo Lui: Pensa un po' quando sarai una resa

Hanno detto il Compagno di Banco e la sua Socia

La qualità non paga ma i fatti contano.

Il pensiero

Perché se tu pensi assai non è detto che pensi la cosa giusta. (Anonimo popolare)

Riflessione

Se tu in un catino metti l'acqua e poi fai un buco l'acqua esce. (Haiku tradotto.)

Secondo paragrafo

Generi