Parte Pale Blue Eyes.
Nella versione dei Velvet Underground.
Questi qui sono come il bianco e il nero: stanno bene con tutto.
Stavano benissimo ieri sera.
Perché non l’ho deciso io di ascoltare Pale Blue Eyes.
Parte ed io la strada me la farò tutta a piedi.
Non posso prendere un tram mentre c’è Pale Blue Eyes. Scendo, semmai. Scendo e me la faccio a piedi.
Via Torino dopo le otto è vuota: sembra un luogo di scambio finito male.
Un posto in cui è appena successo qualcosa d’improvviso, perché i negozi sono chiusi, le vetrine spente e le saracinesche alzate.
Ci vedi dentro, ci passi davanti, io non mi fermo, mi godo il marciapiede vuoto e ci cammino in mezzo proprio.
In mezzo con Pale Blue Eyes e le lacrime sugli occhi. Come i goccioloni di Pierrot nella maschera di carnevale.
Un Pierrot in mezzo al centro di Milano vuoto con If I could make the world as pure and strange as what I see, I’d put you in the mirror, I put in front of me.
Chiunque tu sia, non dire niente.
Canta o fammi sentire Pale Blue Eyes.
Parte St.Louis Blues.
Louis Armstrong è totalmente merito di mio padre se è nella mia vita un giorno sì e l’altro pure.
Voglio questa canzone il giorno del mio funerale. E facce allegre, eh!
Era questa. L’ha detto in auto, verso il mare, un giorno di luglio e io avevo già 10 anni.
E chi gliela suona? ho pensato.
A mio padre piacciono gli strumenti a fiato.
Mi fa fare sempre i chilometri per i concerti dei musicisti “veri di fiato”. Ed io una volta sola l’ho portato in Arena Civica a vedere Bollani. Ma a lui piacciono gli strumenti a fiato.
Non c’è verso.
Piuttosto mi spargi al torrente, ma cazzo mi devono suonare St.Louis Blues.
E chi te la suona?
Potevi imparare a suonare il clarinetto, la tromba o il sassofono invece della fisarmonica tu?
E il basso papà.
Ecc’appunto. Ma quello non lo sai suonare, altrimenti mi facevi Shine on your crazy diamonds. Due minuti, eh, sennò poi due palle e ti ci mando da morto.
Papà io non suonerei mai al tuo funerale.
E che, non lo so?
Parte Charlie Darwin.
Che?
Low Anthem. Me l’ha fatta sentire lui più di un mese fa la prima volta. Il disco è bello, mi piace, lo ascolto spesso. Questa canzone finisce che io sono già in Corso Venezia, ormai a casa ci vado a piedi e finisce così: Oh my god, the water’s cold and shapeless. Oh my god, it’s all around. Oh my god, life is cold and formless. Oh my god, it’s all around.
Anche Corso Venezia è vuota, ma solo perché ci abitano i ricconi e i ricconi quando è freddo e dopo le 9 non escono. Stanno a guardare la tv, forse. Non lo so. I ricconi si rinchiudono molto più degli altri, ho notato.
Parte Muzzle.
(Non dite che?)
Muzzle è una canzone di Mellon Collie. Muzzle è il motivo principale per cui meno ascolto Mellon Collie in compagnia e meglio sto. Muzzle poco tempo fa l’ho sentita di nuovo live da non so quanti anni. Mi si sono così girate le budella che ho riconquistato i dischi live degli Smashing.
Perché se mi vengono i brividi, poi voglio che non finiscano mai.
Questa canzone invece alla fine ha una serie di And I knew che ogni volta mi disegnano davanti un muro bianco, una finestra nera con la maniglia di plastica, un comodino di ferro con tre cassetti, un posto occupato alla mia destra, il mio letto a una piazza in cui ci stavo larga.
Da allora dormo sempre vicino alla porta.
Parte You never can tell.
Chuck Berry.
Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction.
Cioè: Nalis ed io in mezzo al soggiorno di Via Todaro.
Io facevo John Travolta, ovviamente.
Sono quasi a casa, in effetti. Sono tentata di prendere la metro, una fermata. E invece no.
Finisco a piedi.
E meno male, perché parte About a girl.
About a girl non se la fila nessuno.
Boh sì, però vuoi mettere è quello che di solito va prima di questa canzone per quelli che conosco cui piacciono i Nirvana da prima di nascere.
A me fa impazzire. Come lo yogurt bianco.
Vai a capire perché.
Già quasi al Ristorante cinese s’infila di soppiatto High and Dry.
E che faccio, salgo a casa?
No: allungo.
L’isolato permette di fare il giro senza doverci nemmeno troppo pensare.
I piedi vanno, i Radiohead pure. Mi guidano i piedi, è per questo che ne sono innamorata.
Sanno sempre dove sono.
A un certo punto dicono: All your insides fall to pieces, you just sit there wishing you could still make love.
A me si ferma sempre il cuore, a questo punto.
Sono a casa.
Alla fine c’arrivo sempre.
Indugio.
Non ci voglio salire.
Indugio lì davanti, sullo scalino del tizio che vende componenti per il bagno.
Mi vengono in mente tutte queste canzoni.
Penso che è perfetta, a modo suo: racconta cose intime più di quanto abbia scritto qui adesso.
Penso che ci sono cose intime che non ho mai scritto nemmeno per metafora, qui su Chapter One.
Non le ho mai dette.
Riesco solo a pensarle, ma mai tutte insieme.
Però ho pensato pure che tutte insieme sarebbero state un bel post.
E anche che sarebbe stato l’ultimo.
(d’ora in poi mi trovate qua e qua. con una certa frequenza. ci sono i feed rss se non avete voglia d’aspettarmi. Chapter One ringrazia tutti. E anche io).
Archiviato in:ultimo post , doveva succedere prima o poi
Secondo paragrafo