Chapter One

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'It looks like you can write a minimalist piece without much bleeding. And you can. But not a good one. ' (D. Forster Wallace) 'La fantasia è un posto dove ci piove dentro.' (I. Calvino) 'We must do extraordinary things. We have to. It would be absurd not to.' (D. Eggers) 'Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.' (I. Calvino)

ieri sera è successo che.

Parte Pale Blue Eyes.
Nella versione dei Velvet Underground.
Questi qui sono come il bianco e il nero: stanno bene con tutto.
Stavano benissimo ieri sera.
Perché non l’ho deciso io di ascoltare Pale Blue Eyes.
Parte ed io la strada me la farò tutta a piedi.
Non posso prendere un tram mentre c’è Pale Blue Eyes. Scendo, semmai. Scendo e me la faccio a piedi.
Via Torino dopo le otto è vuota: sembra un luogo di scambio finito male.
Un posto in cui è appena successo qualcosa d’improvviso, perché i negozi sono chiusi, le vetrine spente e le saracinesche alzate.

Ci vedi dentro, ci passi davanti, io non mi fermo, mi godo il marciapiede vuoto e ci cammino in mezzo proprio.
In mezzo con Pale Blue Eyes e le lacrime sugli occhi. Come i goccioloni di Pierrot nella maschera di carnevale.
Un Pierrot in mezzo al centro di Milano vuoto con If I could make the world as pure and strange as what I see, I’d put you in the mirror, I put in front of me.

Chiunque tu sia, non dire niente.
Canta o fammi sentire Pale Blue Eyes.

Parte St.Louis Blues.
Louis Armstrong è totalmente merito di mio padre se è nella mia vita un giorno sì e l’altro pure.

Voglio questa canzone il giorno del mio funerale. E facce allegre, eh!
Era questa. L’ha detto in auto, verso il mare, un giorno di luglio e io avevo già 10 anni.
E chi gliela suona? ho pensato.

A mio padre piacciono gli strumenti a fiato.
Mi fa fare sempre i chilometri per i concerti dei musicisti “veri di fiato”. Ed io una volta sola l’ho portato in Arena Civica a vedere Bollani. Ma a lui piacciono gli strumenti a fiato.

Non c’è verso.

Piuttosto mi spargi al torrente, ma cazzo mi devono suonare St.Louis Blues.
E chi te la suona?
Potevi imparare a suonare il clarinetto, la tromba o il sassofono invece della fisarmonica tu?
E il basso papà.
Ecc’appunto. Ma quello non lo sai suonare, altrimenti mi facevi Shine on your crazy diamonds. Due minuti, eh, sennò poi due palle e ti ci mando da morto.
Papà io non suonerei mai al tuo funerale.
E che, non lo so?

Parte Charlie Darwin.
Che?
Low Anthem. Me l’ha fatta sentire lui più di un mese fa la prima volta. Il disco è bello, mi piace, lo ascolto spesso. Questa canzone finisce che io sono già in Corso Venezia, ormai a casa ci vado a piedi e finisce così:  Oh my god, the water’s cold and shapeless. Oh my god, it’s all around. Oh my god, life is cold and formless. Oh my god, it’s all around.

Anche Corso Venezia è vuota, ma solo perché ci abitano i ricconi e i ricconi quando è freddo e dopo le 9 non escono. Stanno a guardare la tv, forse. Non lo so. I ricconi si rinchiudono molto più degli altri, ho notato.

Parte Muzzle.
(Non dite che?)
Muzzle è una canzone di Mellon Collie. Muzzle è il motivo principale per cui meno ascolto Mellon Collie in compagnia e meglio sto. Muzzle poco tempo fa l’ho sentita di nuovo live da non so quanti anni. Mi si sono così girate le budella che ho riconquistato i dischi live degli Smashing.
Perché se mi vengono i brividi, poi voglio che non finiscano mai.
Questa canzone invece alla fine ha una serie di And I knew che ogni volta mi disegnano davanti un muro bianco, una finestra nera con la maniglia di plastica, un comodino di ferro con tre cassetti, un posto occupato alla mia destra, il mio letto a una piazza in cui ci stavo larga.
Da allora dormo sempre vicino alla porta.

Parte You never can tell.
Chuck Berry.
Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction.
Cioè: Nalis ed io in mezzo al soggiorno di Via Todaro.
Io facevo John Travolta, ovviamente.

Sono quasi a casa, in effetti. Sono tentata di prendere la metro, una fermata. E invece no.
Finisco a piedi.

E meno male, perché parte About a girl.
About a girl non se la fila nessuno.
Boh sì, però vuoi mettere è quello che di solito va prima di questa canzone per quelli che conosco cui piacciono i Nirvana da prima di nascere.

A me fa impazzire. Come lo yogurt bianco.
Vai a capire perché.

Già quasi al Ristorante cinese s’infila di soppiatto High and Dry.
E che faccio, salgo a casa?
No: allungo.
L’isolato permette di fare il giro senza doverci nemmeno troppo pensare.
I piedi vanno, i Radiohead pure. Mi guidano i piedi, è per questo che ne sono innamorata.
Sanno sempre dove sono.
A un certo punto dicono: All your insides fall to pieces, you just sit there wishing you could still make love.
A me si ferma sempre il cuore, a questo punto.

Sono a casa.
Alla fine c’arrivo sempre.
Indugio.
Non ci voglio salire.
Indugio lì davanti, sullo scalino del tizio che vende componenti per il bagno.
Mi vengono in mente tutte queste canzoni.
Penso che è perfetta, a modo suo: racconta cose intime più di quanto abbia scritto qui adesso.

Penso che ci sono cose intime che non ho mai scritto nemmeno per metafora, qui su Chapter One.
Non le ho mai dette.
Riesco solo a pensarle, ma mai tutte insieme.

Però ho pensato pure che tutte insieme sarebbero state un bel post.
E anche che sarebbe stato l’ultimo.

(d’ora in poi mi trovate qua e qua. con una certa frequenza. ci sono i feed rss se non avete voglia d’aspettarmi. Chapter One ringrazia tutti. E anche io).

Archiviato in:ultimo post ,

2.1.0. – 0.1.2.

A me piacciono le città del Nord.
Quelle con la nebbia.
La nebbia, invece, non mi piace.
Perché non sono abbastanza del Nord.
Trovo divertente e ironica qualsiasi situazione che vagamente somigli al “faccio cose vedo gente” di Nanni Moretti, perché nella commedia delle parti riesco a essere cinica e a fare una battuta divertente all’inizio; scioglie la tensione, pare.

Ma le situazioni “faccio cose vedo gente” mi stufano, dopo un po’.
Con le dovute eccezioni.

Sono circa 210 più 40 i chilometri che separano Piacenza da Cuneo.
Cuneo è una città fredda, del Nord. A Cuneo c’è una piazza enorme e i portici, come a Torino. A Cuneo poi c’è anche Grom, la gelateria, che qui a Milano sta a 10 minuti da casa mia, ma a voi lo so non vi frega nulla.

21 sono gli anni che mi dà un tizio.
“27? davvero? Non sembra”
“sì lo so, lo dicono tutti.”
“e che fai nella vita?”
“il suo ufficio stampa.”
“dai? sul serio?”
“no.”

Alle ore 21 inizio a sentire un contrabassista bravissimo che ha meritato tutti i miei applausi migliori. Il contrabbassista è il mio mestiere della prossima vita. O il contrabassista o il pasticcere. O un lavoro di pancia o di rifinitura.
Un po’ come i bravi scrittori, che lavorano di pancia e rifinitura.
Ma in un’altra vita, dicevo, vorrei essere un contrabbasista. Tanto, lo so, c’arrivo anche se rinasco bassa.
Ma a voi lo so non vi frega nulla nemmeno di questo.

2 sono le persone che conosco e con cui parlo volentieri, stasera.
Birra, il Molise.
Sì, il Molise esiste. E non produce solo mozzarelle. E caciocavalli (che rondono buono il cibo, ma è tutta una finta anche quello).
“8 gradi a stomaco vuoto è un rischio. io prendo la cioccolata.”
Birra, dicevo. Fortuna che reggo l’alcol. Alla fine, nelle situazioni “faccio cose vedo gente” se sai bere sei un passo avanti. Puoi iniziare da lì a parlare del grado alcolico degli alcolici; è come quando non sai che dire a un tipo in aula studio all’università e gli chiedi di prendere un caffè con te. Se va bene, è un caffeinomane, come te.

Alle 2.10 di notte penso che un montenegro senza ghiaccio possa dirmi dove andare. Se fossi in broccaindosso, saremmo appena tornati dalla vereda o dal pratello e pastina avrebbe detto “te dormi sul divano no? che poi domani è domenica e si mangia insieme, c’è il campionato” “sì rimango.” “grande. monte per tutti?” Monte per tutti. Senza ghiaccio. E lo finivamo solo in tre. Sempre.

Alle 10 di mattina io riesco a pensare, finalmente, che questa cosa di “faccio cose vedo gente” è una figata, di per sé. Che in fondo io sì, sono una puzzona snob. Di quelle che ridono con le persone brillanti, però, non con le persone che contano. Mi sono riappacificata anche con questo, insomma. Puzzoni snob con stile.

Alle 2.10 del pomeriggio sono quasi in autostrada.
Mi piacciono i viaggi in macchina; al ritorno si sta meglio che all’andata. E infatti il silenzio è gestibile. Non ti viene in mente che possa essere imbarazzante. Diventa naturale e non te ne accorgi. All’andata, il silenzio si tende sempre a colmarlo. E allora puoi per esempio ascoltare Condor. Matteo Bordone che intervista Nick Hornby, per esempio.

Se avessi un cugino a questo punto gli chiederei come si fa a raccontare del 210.
Se fossi io un cugino, mi berrei un caffè. Alla macchinetta.
Uscirei dalla mia poltrona e andrei alla macchinetta. C’è gente e si sente già da qua.

Invece adesso comincio a contare.
Da zero.

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Io twitto

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Ei fu l’incipit

Quando l’ho scritto?

febbraio: 2010
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Compagno di Banco dixit

- Prima o poi troverai l'uomo giusto per te. Verso i 55 anni. Marocchino. Con un permesso di soggiorno da ottenere. ... ... Però sai quanto ti diverti?

Compagno di Banco dixit

Lui: Non sei più una novità Io: Ormai sono a catalogo Lui: Pensa un po' quando sarai una resa

Hanno detto il Compagno di Banco e la sua Socia

La qualità non paga ma i fatti contano.

Il pensiero

Perché se tu pensi assai non è detto che pensi la cosa giusta. (Anonimo popolare)

Riflessione

Se tu in un catino metti l'acqua e poi fai un buco l'acqua esce. (Haiku tradotto.)

Secondo paragrafo

Generi